mercoledì 10 maggio 2017

I totem di Gian Berra tornano in vita a :Inaugurazione mostra sabato 6 maggio 2017, ore 18 a Montebelluna, presso il palazzo del vecchio tribunale. La mostra durerà sino al 28 maggio 2017. Aperto sabato e domenica 10-13 e 15-20. Venerdì solo pomeriggio. Mostra di pittura di Gian Berra con Maria Chenet, in occasione dei 70 anni del pittore. In mostra verranno esposti anche i totem già presentati alla mostra a villa Benzi di Caerano di san Marco nel 2001.



UN VENETO MENO SERVO CON L'AIUTO DEI TOTEM VENETI DI GIAN BERRA




Inaugurazione mostra sabato 6 maggio 2017, ore 18 a Montebelluna, presso il palazzo del vecchio tribunale. La mostra durerà sino al 28 maggio 2017.
Aperto sabato e domenica 10-13 e 15-20. Venerdì solo pomeriggio.

Mostra di pittura di Gian Berra con Maria Chenet, in occasione dei 70 anni del pittore.
In mostra verranno esposti anche i totem già presentati alla mostra a villa Benzi di Caerano di san Marco nel 2001.


Mi son al totem che gha trato sul cesso
al leon de san Marco. Mi gho liberà
tuti i veneti da sta bestia sporca e da al ilusion de
la putana Venessia pura grama.


GIAN BERRA

L'armonia di un paesaggio incantato, le costruzioni dell'uomo "FABER" insediate nella bassa montagna: pulite, essenziali e funzionali, fatte di un tipo di architettura semplice, ma non povera, perché intrisa della cultura del SAPER FARE: utilizzando al meglio le poche risorse a disposizione. Questi sono gli elementi base dei paesaggi pedemontani di Gian Berra. Una pittura del togliere, più che dell'aggiungere ciò che finirebbe soltanto per essere superfluo.
Questo artista ama la cultura della pietra, del legno e dell'intaglio, sia che si tratti di una scultura quanto della conoscenza necessaria per squadrare la trave portante di un'abitazione, di una malga o di una stalla.
Egli ama ciò che trova. La sua mente creativa vede in un legno, per altri solo buono da ardere, i segni del tempo; vi legge un alfabeto misterioso che parla di elfi, di satiri, di fauni e di ninfe dei boschi. In un tronco scorge figure fantastiche, misteriose e intriganti, altre volte dallo stesso ricava statuari totem che assurgono al ruolo di divinità con la loro inquietante sacralità rupestre.
Dal legno contorto e dai nodi spuntano occhi di uccello e la vena del legno rivela tratti di animali mitologici: vi si scorgono becchi, artigli o orecchie attente.
Ciò che per molti è insignificante si rivela per un artista qualcosa che possiede memoria ancestrale, fattezze antropomorfe, magia e poesia.
Un'altra peculiarità di questo maestro è la PAROLA che gli consente di esprimersi in un modo originale ed autentico nella sua prima lingua: il DIALETTO DEI PADRI E DELLE MADRI per raccontare le sue storie. In esse vive il presente e rivive il passato con un pizzico di nostalgia.
Si guarda intorno e VEDE. Vede con occhi sognanti e ingenui; e altre volte con spirito disincantato le vicende umane dei suoi consimili. ASCOLTA con orecchie di elfo. Parla con voce di vento. Voce a volte carezzevole, altre stringente e sferzante. Acuto e ironico, come un camaleonte cambia registro narrativo combinando tema e, quando dai paesaggi di montagna, passa al tema delle periferie, l'imperativo diventa il sovrabbondante, l'abbandonato, l'inutilizzato, l'accantonato.
E una miriade di personaggi popola i suoi quadri, le strade, i marciapiedi. Sui tetti dei palazzi si apre una selva di antenne e di parabole. Nei giardini interni si accumula di tutto, in attesa di un nuovo improbabile, riutilizzo.
Altre volte la pittura da realistica a figurativa si fa idealizzata e voce interiore.
Le sue ballerine dolcissime ed esili, non più materiche si abbandonano dolcemente lascive allo sguardo del pittore. Tutte le sue figure femminili, delicate e spesso eteree portano un velo di misteriosa malinconia, restando sospese, dolci ed enigmatiche. Mentre gli avventori dell'osteria continuano imperterriti la loro partita a carte e i saltimbanchi intrattengono il pubblico.
Altro tema sono i paesaggi lagunari e le "sue" Venezie. Sempre decadenti, ricche di bagliori dorati, come se la luce delle tessere, dai mosaici bizantini, fosse, all'improvviso uscita e avesse sprigionato tutti i suoi bagliori inondando d'oro l'acqua, i palazzi e le guglie. E' la struggente preghiera di una città unica al mondo che soccombe sotto il peso di un turismo "indifferenziato".
E ancora ci sono tanti angoli della gioiosa marca trevigiana e gli scorci di Asolo illuminati dalla calda luce del meriggio. Luce a volte crepuscolare che pulsa e parla di fasti antichi, di storie della grande viaggiatrice del '900, di divine artiste o di una regina del tempo che fu.
Quadri che sono storie e storie che diventano quadri.

Asolo, 01 marzo 2017 Valeria Ganeo
La nascita dei totem di Gian Berra:

I totem su facebook:



Abitazione a Montebelluna, frazione Contea, via delle piscine 37

La vita da pajasso che almanco al ride
de le illusion mate del me popolo
puareto e veneto, menà
par le bale par 1000 ani da
quei porzei de venessiani-



MOSTRE E BIOGRAFIA RAGIONATA
DI
GIAN BERRA. In occasione del 70° compleanno.
Montebelluna; maggio 2017.

Raggruppati in anni e avvenimenti:

1973, 1974
Vive a Valdobbiadene TV, apre in via delle Vittorie il suo primo studio. Inizia a far conoscere i auoi primi quadri e si occupa di fotografia dopo aver ricevuto una formazione come allievo dal famoso fotografo di Feltre Mario Dal Prà.

1975, 1976
Espone in varie mostre locali a Valdobbiadene, Montebelluna in località Contea, e frequenta diversi amici pittori della zona tra cui Guido Serena, Zaniol di Crocetta e il pittore "Felix" della zona.
Conosce il famoso pittore Fael di Treviso che lo invita nel suo studio per dargli consigli.

1977, 1979
Va a vivere a Covolo di Piave in via Segusini, dove apre il suo studio. Per lavoro si reca in Iraq dove conosce una realtà diversa e drammatica che lo formerà.
Nel 1978 prima mostra nella galleria d'arte "da Brotto", mostra che ripeterà nell'anno seguente con notevole successo. Nello stesso anno personale alla galleria "da Val" in piazza del mercato a Treviso. Mostra che verrà ripetuta con successo ogni anno sino al 1981.
In permanenza ala galleria Martinazzo di Montebelluna.
Nel 1979 prima personale alla sala "Ca' de Ricchi" a Treviso, che verrà ripetuta anche nel 1980. Nel 1981 sposta il suo studio a Trento, in piazza santa Maria maggiore. Non solo come luogo privato di lavoro, ma anche come cenacolo di artisti amici. Nel settembre 1981 ospita l'amico pittore Bruno Donadel di Pieve di Soligo in una mostra personale organizzata dalla galleria Martinazzo Vincenzo di Montebelluna. Nell'agosto di quel anno organizza una sua personale alle sorgenti di Pejo in val di Sole, ripetuta anche nel 1985.

Sin da subito Gian Berra evita i circuiti tradizionale del mercato dell'arte e delle gallerie. Preferisce gestire in modo diretto e personale la sua attività di pittore usando gli spazi comuni e culturali specialmente della zona in cui vive. Si avvale dell'aiuto degli amici e appassionati d'arte con la vicinanza della moglie Rosa Lavieri.

1982, 1984
Torna allo studio di Covolo di Piave. Inizia una sequenza di mostre, quasi tutte autogestite:
Per due anni gestisce uno studio e mostra personale ad Asiago.
Personale alla galleria Bramante a Vicenza.
Personale alla galleria Vidal a Venezia.
Personale alla" galleria dei cappuccini" a Mestre, ripetuta per due anni.


1985:
Personale alla galleria internazionale di Torino.
Personale alla galleria Ruberto a Milano.
Da quet'anno in permanenza alla galleria Mozat di Rovereto fino almeno al 1998.
Personale alla casa del Canova, assieme al pittore Danilo Soligo di Montebelluna.
Espone nei mesi estivi presso le gallerie di Jesolo e Lignano Sabbiadoro.
Torna ad esporre a Villach in Austria e a Braunschweig in Germania.
Organizza nel suo paese natale di Segusino un concorso di pittura tra pittori amici che verrà ripetuto anche l'anno dopo.
Personale a Segusino.

1986, 1989
Espone per due stagioni estive ai castelli romani, in particolare a Lanuvio e a Genzano.
Nel 1988 prima esposizione a Parigi e a Metz in Francia.
Dal 1989 al 1994 segue durante l'estate delle esposizioni sue personali estemporanee autogestite, rispettivamente a Treviso, Feltre, Conegliano, Cornuda, Montebelluna, Caerano san Marco. Circa 35 esposizioni che segue personalmente.

1993, 1994
Espozisioni in Germania, a Braunschweig, Colonia e Wurzburg. Gestite da galleristi tedeschi.
In permanenza sempre presso la galleria Mozart di Rovereto.
Nel dicembre 1993 inizia il suo corso “pratico di pittura” nello studio di Covolo di Piave. Avrà un notevole successo e durerà sino al 2005 con la partecipazione complessiva di circa 870 allievi


2000, 2008

nel 2001, Personale a Villa Benzi di Caerano san Marco nel settembre di quell'anno. Espone per la prima volta in esclusiva i “grandi 5 totem” ispirati alle tradizioni native del popolo veneto.
Inizia alcune collaborazioni con gallerie d'arte di Tampa in Florida e San Diego (USA). Espone anche a Karlsrhue in Germania.
Nel 2005 grande mostra collettiva al centro d'arte di Conegliano.

Inizia a lavorare in studio con poche altre personali organizzate in modo autonomo. Nel 2008 torna con una personale al paese natale di Segusino e un'altra a Conegliano.
Nel 2006 pubblica il suo primo libro romanzo "Wasere, cuore di drago", dedicato ai contenuti segreti e inespressi del popolo veneto che Gian Berra definisce “schiavo di Venezia per 1000 anni”. Il romanzo si svolge nel 1906 in un Veneto accora assopito, ostaggio degli interessi d'Italia e del regno asburgico di Vienna.

Inizia a scrivere poesie, specialmente dedicate ai dialoghi ta lui bambino e la sua nonna Maria Stramare in Berra, di Segusino. Usa il dialetto veneto come fattore di orgoglio per esprimere i contenuti più segreti dell'anima veneta.

Pubblica dal 2011 al 2015 i primi ebook in internet dedicati alle poesie e racconti in dialetto veneto con traduzione in italiano. Un successo particolare ottiene il libro ebook “Veneto, rabbia e amore”.
Tutti i libri di Gian Berra si possono leggere gratis su internet. Si possono trovare sulla piattaforma Scribd o Academia digitando Gian Berra.
Nel 2016 si trasferisce a Montebelluna nella frazione di Contea, che già aveva ospitato una sua mostra personale nel 1976.













venerdì 6 gennaio 2017

In 2009, Gian Berra, after having painted about 100 works of Baroque informal, closed the series with a final painting RED CHINA that sums up all the emotional content of the research. A work which contained a summary of an experimental path that is now being published and told in various stages. Minimal magic.

Red China and Venice and Gian Berra








Gian Berra: l'ultimo dipinto di informale barocco 2009 in minimal magic


Nel 2009, Gian Berra, dopo aver dipinto circa 100 opere di informale barocco, chiuse questa serie con un ultimo dipinto RED CHINA che riassume tutto il contenuto emozionale della ricerca. Una opera che conteneva in sintesi un percorso di sperimentazione che ora viene pubblicata e raccontata nelle varie fasi. Minimal magic.

Gian Berra: the last painting of informal Baroque 2009, minimal magic


In 2009, Gian Berra, after having painted about 100 works of Baroque informal, closed the series with a final painting RED CHINA that sums up all the emotional content of the research. A work which contained a summary of an experimental path that is now being published and told in various stages. Minimal magic.





Totem nothing
Nothing at all. Just as it is.
Represented in "nothing" to be or exist.
Void in nothing.
Safe haven.
Gian Berra

Totem nulla
Niente di niente. Semplicemente come è.
Rappresenta in "niente" di essere o esistere.
Vuoto nel niente.
Rifugio sicuro.
Gian Berra












Red China, ritaglio 1 : Assoluto

Questo è il ritaglio 1 del quadro Red China. Splende il campo di alluminio cromato che ruba gli occhi. Esso é lievemente inclinato come per allontanare un equilibrio assoluto. La mentalità occidentale ritiene necessaria la sicurezza di possedere di un equilibrio, ma ciò è la sua debolezza assoluta. La mentalità occidentale non ha una sicurezza, perché ritiene necessario un punto di partenza, e anche essa desidera un punto di arrivo. La mentalità occidentale vive correndo in cerca di auto realizzazione, ma non ha mete perchè ha delegato ad un concetto assoluto il suo sogno.
La mentalità della civiltà orientale (cinese) non concepisce concetti assoluti definiti. La civiltà cinese costruisce la sua sicurezza sul concreto di ogni attimo.
Essa cambia il suo orientamento seguendo gli istinti e l'esperienza.
La civiltà cinese ama lo sfondo di colore rosso, che indica la forza vitale completa di ogni suo aspetto, nessuno escluso.
La civiltà cinese ama le linee oblique perché indicano vitalità e movimento ( gli occidentali temono di perdere il contatto con la sicurezza).
Una linea nera spezzata disturba l'equilibrio, lo fa con arroganza perché è nel suo diritto. Fili di luce determinano i confini degli elementi figurativi, ma lo fanno senza sicurezza, perché ogni punto fermo è una illusione.
Per la mentalità cinese le illusioni sono un gioco. Per la mentalità occidentale le illusioni sono schiavitù e sono strumenti per guidare le coscienze verso la follia.

Immagine completa del quadro Red China con i suoi territori:

Red China, cutout 1, Absolute

This is the first crop of the picture Red China. Shining chrome aluminum field that the eyes steals. It is slightly tilted as if to ward off an absolute balance. The security Western mind considers it necessary to have a balance, but this is its absolute weakness. The Western mind has no security, because it believes need a starting point, and it also wants an end point. The Western mind lives running in search of self-realization, but no goal because delegated to an absolute concept his dream.
The mentality of the eastern civilizations (Chinese) does not conceive defined absolute concepts. Chinese civilization builds its security on the concrete of each moment.
It changes its orientation following the instincts and experience.
Chinese civilization loves the red background, indicating the complete life force of every aspect, without exception.
Chinese civilization loves the oblique lines that indicate vitality and movement (Westerners fear of losing touch with the security).
A black broken line disturbs the balance, it does so with arrogance because it is within his rights. light strands determine the boundaries of the figurative elements, but they do so without security, because every milestone is an illusion.
For the Chinese mentality illusions are a game. To the Western mind illusions they are slavery and have instruments to guide the consciences towards madness.

Full image of Red China framework with its territories:





















Red China, minimal magic 2: il senso di colpa

Ecco il ritaglio 2 di Red China in Minimal magic

La linea del cammino è chiara come un serpente scuro già tracciato. Basta seguirla anche perché è comodo. Sembra fermarsi in un luogo innaturale di metallo che luccica

Red China, minimal magic 2
Ecco il ritaglio 2 di Red China in Minimal magic
La linea del cammino è chiara come un serpente scuro già tracciato. Basta seguirla anche perché è comodo. Sembra fermarsi in un luogo innaturale di metallo che luccica. Attira l'attenzione, ma solo per un attimo, perché cola un po' di sofferenza lungo quel cammino.
Un occidentale a questo punto guarderebbe alla sua sofferenza patita e ne ricaverebbe malinconia, autocompiacimento o rabbia ( un islamico solo rabbia e frustrazione ).
Ma per la sensibilità di un cinese ( civiltà della Cina ) il percorso non dona importanza eccessiva a tali emozioni. Ci sono, esistono, ma è più importante osservare il campo rosso che sostiene il cammino. Non solo: Si sviluppano territori gialli frammentati appena attorno al territorio di lucente alluminio.
Per di più la mentalità orientale cinese osserva con interesse il percorso verticale quasi trasparente che attraversa la zona di alluminio.
Per lui è una zona interessante perché gli propone mille alternative, malgrado mille ostacoli che la attraversano.
Nella civiltà occidentale gli ostacoli vengono usati e affrontati per sfuggire i pesi dell'anima e per imboccare strade con entusiasmo, che nascondono il disagio del senso di colpa indotto, ( per un islamico vengono scartati, oppure sostituiti da altri percorsi già tracciati da altri ).
Per un appartenente alla civiltà cinese o giapponese gli ostacoli generano curiosità, ma non immediata azione. Essi fanno semplicemente parte della vita, e vissuti.

Red China, minimal magic 2
Here cropping 2 of Red China in Minimal magic
The line of the road is as clear as a dark snake already mapped. Just follow it because it is convenient. It seems to stand in an unnatural place from metal that glitters. Attracts attention, but only for a moment, because cola a little 'suffering on that journey.
A West at this point would look to his past pain and would procure melancholy, complacency or anger (an Islamic only anger and frustration).
But for the sensitivity of a Chinese (Chinese civilization) the course does not give too much importance to such emotions. There are, there are, but it is more important to observe the red field that sustains the journey. Not only that: They develop yellow territories fragmented just around the shiny aluminum territory.
Moreover the Chinese oriental mentality observes with interest the almost transparent vertical path that runs through the aluminum area.
For him it is an interesting area because it offers him a thousand alternatives, despite a thousand obstacles that cross.
In Western civilization obstacles are used and addressed to escape the soul weights and take roads with enthusiasm, which hide the discomfort of guilt induced, (for a Muslim are discarded, or replaced by other already traced by other routes) .
For a member of the Chinese or Japanese civilization obstacles generate curiosity, but no immediate action. They are simply part of life, and lived.


















Red China, minimal magic 3



Red China, minimal magic 3: La Paura

Ecco il ritaglio 3 di Red China in Minimal magic.

Ecco la strada, la via da percorrere perché è la sola che abbiamo a disposizione in questo attimo di vita. Noi nel percorrerla pensiamo che essa sia la sola … e camminando noi ci sentiamo sicuri. Come il pensiero occidentale esamina il suo cammino?
Il pensiero occidentale conosce i suoi limiti ma anche li nasconde a sé stesso. La mentalità assoluta occidentale non ammette errori non previsti, non ammette la sua debolezza. Il pensiero occidentale non ammette la Paura; esso ha paura della Paura. Il timore del pensiero occidentale è che anche la Paura sia assoluta.
La Paura come concetto assoluto non può essere dominata, ne esaminata, ne accettata. La Paura non ha una immagine, non può averla perché è assoluta e contiene tutte le immagini possibili.
La Pura è indefinibile.
Per il pensiero occidentale la Paura ha il valore malefico e assoluto del Male.
Il pensiero occidentale non può conoscere il Male, perché è il valore inverso del Bene. Il pensiero occidentale pensa di conoscere il Bene, ma lo confonde con i suoi interessi e con le sue idee e ideologie.
Le idee e le ideologie, e le religioni su cui fa affidamento il pensiero occidentale sono la rappresentazione dei suoi desideri e delle sue paure.
Ma essi non hanno il potere di creare relazioni con i concetti assoluti che creano tali concetti.
Il pensiero occidentale è cieco.
Il pensiero cinese rappresenta la Paura con infinite immagini con cui parlare in infiniti modi. Il pensiero cinese può temere la Paura, ma sa anche farsela amica e ingannarla o lusingarla. Per esso la Paura ha un valore grande, ma mai assoluto. Per il pensiero cinese esiste sempre una via di fuga o una alternativa.
Una strada conosciuta può essere ripensata e corretta e il cammino può continuare. Tutto è relativo.
Così nel ritaglio 3 il cammino scuro passa attraverso tante prospettive colorate e poi si dirama in una deviazione che genera angoscia.
E' la sfida che la cultura cinese vince alla grande sulla cultura occidentale.


Gian Berra 2016

Red China, minimal magic 3: The Fear

Here cropping 3 of Red China in Minimal magic.

This is the path, the way to go because it is the only one available to us in this moment of life. We follow it in we think that it is the only ... and walking us feel safe. As Western thinking examines his path?
Western thought knows his limits but also hides them himself. The western mentality does not admit absolute unexpected errors, he does not admit his weakness. Western thought does not admit Fear; it is afraid of Fear. The fear of Western thought is that the fear is absolute.
Fear as an absolute concept can not be dominated, they examined, he accepted. Fear does not have an image, it can not have it because it is absolute and contains all possible images.
The Pura is indefinable.
To Western thinking Fear has the evil and absolute value of Evil.
Western thought can not know the evil, because it is the inverse value of Good. Western thought think you know the Good, but confuses him with his interests and his ideas and ideologies.
Ideas and ideologies, and religions on which relies on Western thought is the representation of his desires and his fears.
But they do not have the power to create relationships with absolute concepts that create these concepts.
Western thought is blind.
Chinese thought is the Fear with endless images to talk in endless ways. Chinese thought may fear the Fear, but also knows how to have it friend and deceive or flatter her. Fear for it has great value, but never absolute. For Chinese thought there is always an escape route or an alternative.
A road known can be rethought and correct and the path may continue. Everything is relative.
So in the cutout 3 dark path goes through many colorful perspectives and then branches out into a detour that generates anxiety.
And 'the challenge that Chinese culture wins big on Western culture.

Gian Berra 2016





martedì 4 agosto 2015

Gente del Veneto guarda al suo antico padrone con occhio nuovo...





Gente del Veneto guarda al suo antico padrone con occhio nuovo...


19
Gemo al sogna Venessia.

Anca qua a Miran, Gemo al camina
dopo magnà.Par far scampar i pensieri.
Al varda zo sul canal
quel che se specia, de le ville
dei siori che vegniva
da Venessia.
Tira un pocheto de vent,
che al suga via al sudor
che al vien su, anca
solamente a vivar.
Al pensa sempre a quande,
pena sposà, gha tocà
lassar la casa sul canal, zo in laguna.
No ghe ziera pì posto par lu.
Dopo quande che so mare xe morta,
gnanca pì tornà.
Al se pensa, da zoven al girar in nave,
tanti ani a vardar al mondo,
a scargar e cargar, mai co la calma
de tirar al fià.
Al sal al gha tirà la pel sui so oci.
La fadigha la pesa sui oss,
anca se la testa la varda dreta vanti.
Gemo, pensa all'udor, ala voia
de zugar vardando oltra, la zo in fondo,
ndove anca al ciel se confondea
col mar. No ghe ziera confin, gnanca
de pensar che gnente sarià mai cambià.
Che bel sognar, gustar de star sentadi
su na storia che la vardava se stessa.
Ma al temp xe assasino, a ne porta
fora. Al ne copa la speranza.
Lora sule recie, ghe torna la campana
che la ciamea le vecie e i bocie
matina prest, tuti a vardar lontan
al campanil. Bastea ela par tacar a vivar
naltro dì, a tirar entro la aria fresca
che vegnia dal mar.
No ghe ziera da pensar al futuro,
par quei che viveva su un quadro
co la cornize, tuta de oro.
Co sta richezza sul cor, Gemo
al sa che no la perdarà mai.
Al sa lu, che se anca i sogni,
prima o dopo i finisse,
Venessia xe un sogno,
che no finirà mai.
Gian Berra 2105

TRADUZIONE


Gemo sogna Venezia.
Anche qua a Mirano, Gemo cammina
dopo mangiato. Per far scappare i pensieri.
Guarda giù sul canale
ciò che si specchia delle ville
dei signori che venivano
da Venezia.
Tira un po' di vento,
Che asciuga via il sudore
che viene su, anche solamente
a vivere.
Pensa sempre a quando,
appena sposato, gli è toccato
lasciare la casa sul canale, giù in laguna.
Non c'era più posto per lui.
Poi, quando sua madre è morta,
neanche più è tornato.
Ricorda, da giovane a viaggiare in nave,
tanti anni a girar il mondo,
a scaricare e caricare, mai con la calma
di tirare il fiato.
Il sale gli tira la pelle degli occhi.
La fatica gli pesa sulle ossa,
anche se la testa guarda dritta davanti.
Gemo pensa all'odore, alla voglia
di giocare guardando lontano
la in fondo,
dove il cielo si confondeva col mare.
Non c'era confine, nemmeno al pensare
che nulla sarebbe mai cambiato.
Che bel sognare, gustare di stare seduti
su una storia che guardava sé stessa.
Ma il tempo è assassino, ci porta fuori.
Ci uccide la speranza.
Allora alle orecchie, gli torna la campana
che chiamava le vecchie e i bambini
la mattina presto, tutti a guardare lontano
il campanile. Bastava lei
per cominciare a vivere
un altro giorno, e tirare dentro
l'aria fresca che veniva dal mare.
Non c'era da pensare al futuro
per quelli che vivevano dentro un quadro
con la cornice tutta d'oro.
Con questa ricchezza sul cuore, Gemo
sa che non la perderà mai.
Sa lui, che se anche i sogni
prima o dopo finiscono,
Venezia è un sogno,
che non finirà mai.

Gian Berra 2015




Sul 'ndar a Foen de Feltre se incontra la vecia stia del porzel. Voda, bandonada come la casa rente del bacan che ghe tochea tenderghe. Anca se al bacan ghe tochea solamente che i osi. La carne del porzel la xera del paron che al gavea la villa là tacà vizin. Dopo xe rivà Napoleon anca a Feltre a al gha parà via a scarpade tuti i nobili e i preti che par 1000 ani i magnava gratis sul nostro popolo veneto puareto.
Desso anca al porzel no tornarà pì su sta stia. Che delusion, che tormento. Che pena...
Gian Berra che ghe fa mal la schena a netar al bosc.
Per andare a Foen da Feltre si incontra la vecchia stia del porcello. Vuota, abbandonata come la casa del contadino la vicino. Lui doveva badare al porcello, anche se poteva solo grattare solo i suoi ossi. La carne del porcello era del padrone che aveva la villa la vicino. Dopo è arrivato Napoleone anche a Feltre, e ha mandato via a pedate tutti i nobili e i preti che per 1000 anni avevano mangiato gratis sul nostro povero popolo veneto.
Così adesso il porcello non tornerà più sulla sua stia. Che delusione, che tormento. Che pena...
Gian Berra che gli fa male la schiena a pulire il bosco.




Ostia fioi, gavio visto che paracarri? Grossi, grandi e solidi. Pì alti de tre omi. Maria santa cossa mai voli dir a noialtri che se passa tacà sto cancel che ne divide da tanta importanza? Chi xeli mai i paroni de sto posto a Feltre, tacà al gran seminario che na olta al ghe dava la giusta educazion ai boce de sta terra de montagna veneta? Che al sia del vescovo? 
Savio no che quande che Venessia parona de tuto (anca dele aneme dei veneti puareti), quande che la gha ciapà Feltre la gha meso qua anca al vescovo che la voleva ela? Venessia la gavea al previlegio de nominar ela i vescovi 'ndove che la comandava. Che potere, che gloria par ela.
Che i gapia messo sto vescovo servo de Venessia drento sti cancei?
Ghe voleva de seguro un mur cossita alto par custodir un omo de tanto onor. Ma de cossa gavelo lu mai paura?
Fursi nol xera senza colpe par al mal che al ghe faseva al popolo de Feltre?
Robe vecie, pasade e morte par sempre dopo che quel toso Napoleon al gha fato na purga cossì granda che i furbi i xe drio schitar ancora anquoi.
Desso, tacà al canciel i gha messo le scoasse. E i gha fato ben ostia!
Anca se a mi quele piere le me fa ancora un poca de paura e schifo. Ancha se le xe bele. Pensa che furbi: i xe riuscidi a far bele anca la arroganza e la violenza. Veri stregoni sti venessiani. Col vestì da festa i te metteva sotto i piè. E anca i te faseva dir che lori i gavea reson, ti no.
Gian Berra
Mamma santa, avete visto che paracarri? Grossi, grandi e solidi. Più alti di tre uomini. Maria santissima. Cosa vogliono dirci a noi che passiamo vicino a questo cancello che ci divide con tanta sufficienza? Chi sono i padroni di questo posto a Feltre vicino al gran seminario che una volta dava la giusta educazione ai bambini di questa terra di montagna veneta?
Che sia del vescovo?
Sapete che quando Venezia padrona di tutto (anche delle anime dei veneti poveri), quando che ha conquistato Feltre ha messo qua anche il vescovo che voleva lei? Venezia aveva il privilegio di nominare lei i vescovi dove comandava. Che potere, che gloria per la Serenissima.
Che abbiano messo dentro questo cancello un loro vescovo servo?
Ci voleva di sicuro un muro così alto per custodire un uomo di tanto onore. Ma di cosa aveva mai paura?
Forse non era senza colpe per il male che faceva al popolo di Feltre?
Robe vecchie, passate e morte per sempre dopo che quel ragazzo Napoleone ha fatto una purga così grande che i furbi sono dietro cacare ancora oggi.
Adesso, accanto al cancello hanno messo le immondizie. Hanno fatto bene, porco cane!
Anche se a me quelle pietre fanno ancora un po' di paura e schifo. Anche se sono belle. Pensa che furbi: Sono riusciti a far belle anche l'arroganza e la violenza. Veri stregoni questi veneziani. Col vestito da festa ti mettevano sotto i loro piedi.
E ti facevano dire che loro avevano ragione. E tu no.
Gian Berra.


20
Gigeta de na olta.
Gigeta, come elo che son passà
tacà al to cortivo?
No so, almanco no me par.
Me son catà rente al to canciel de piera
e i sgrisoi i me gha robà al cor.
Che mal Gigeta, che mal.
Son tornà ai ani bei che no serviva ragionar.
Me bastea pensar a ti, che al mondo gavea un senso.
Mi vegnia a catarte, anca de inverno
su in moto. Che fret Gigeta.
Su là, mi sol, corar su na strada voda e scura.
E to mare che la me olea ben, la me verdea la porta.
E noialtri do sul divan a strucarse...
La toa pel xera un veludo da sognar.
Sentirte la tacà mi, un calor
de promesse, caresse che olea
sempre de pì.
Ma ti sempre tenta a no assar massa
far.
Un baso in boca, e ti calda come al fogo.
Dopo, che bel la domenega,
caminar insieme. Vardarte, come aver tacà mi
la pì bela del mondo.
E dopo, la sul bosc, ti assarme dar
na ciuciada ale tete.
Mi te vardea sui to oci, tento a no
farme vedar, da ti.
Oci che me robea l'anema.
Oci che i parea sempre ridar,
ma co un poca de superbia, 
solamente un pocheta....
Gigeta, no te bastea no un toso
che sognava massa?
Ti tu olea de pì?
Che a le bele tose no ghe bastea
i sogni?
Xe sta un setembre che tu me a dita... basta?
Me son catà co na vita 'ncora tuta da vivar.
Ma senza de ti. Na vita tuta da inventar
col cor svodà.
Finia lora, a quei tempi i bei ani, finia i sogni.
Tachea a vegnirme rente
na realtà cossì si bruta, da scamparghe
via. 
Lora, fursi xera de sognarghen n'altra
tuta par mi?
Che destin Gigeta, quel de vivar de sogni,
xe na strada rebaltada.
Ma mi no so far altro.
Gigeta, ti tu resta un sogno, un ricordo
sconto dai ani.
Dess che al xe tornà, al par sì bel
che son content de averlo
sempre co mì.
Gian Berra


20
Gigeta di una volta.
Gigeta, com'è che sono passato
accanto al tuo cortile?
Non so. almeno penso.
Mi sono trovato accanto al tuo cancello di pietra
e i brividi mi hanno rubato il cuore.
Che male Gigeta, che male.
Son tornato ai bei anni in cui non serviva ragionare.
Mi bastava pensare a te, che il mondo aveva un senso.
Venivo a trovarti, anche d'inverno
su in moto. Che freddo Gigeta.
Lassù, da solo correre su una strada vuota e scura.
E tua madre, che mi voleva bene, mi apriva la porta.
E noi sue sul divano a tenerci stretti...
La tua pelle era un velluto da sognare.
Sentirti accanto a me, un calore
di promesse, carezze che volevano sempre di più.
Ma tu sempre attenta a non lasciar
troppo fare.
Un bacio in bocca, e tu calda come il fuoco.
Dopo, che bello la domenica,
camminare assieme. Guardarti, 
come ad avere accanto la più bella del mondo.
E poi la sul bosco, tu mi lasciavi
dare un succhiotto alle tette.
Io guardavo i tuoi occhi, attento a 
non farmi notare da te.
Occhi che mi rubavano l'anima.
Occhi che parevano sempre sorridere,
ma con un poca di superbia,
solamente un poca...
Gigeta, non ti bastava un ragazzo
che sognava troppo?
Volevi di più?
Che alle belle ragazze 
non bastano i sogni?
Era di settembre che mi hai detto.. basta?
Mi sono trovato con una vita tutta da vivere.
Ma senza di te. Una vita tutta da inventare, 
col cuore vuoto.
Finivano allora, a quei tempi gli anni belli,
finivano i sogni.
Iniziava a venirmi incontro una realtà
così brutta, da scapparvi via.
Allora era forse da sognarne un'altra
tutta per me?
Che destino Gigeta, quello di vivere di sogni,
è una strada complicata.
Ma non so fare altro.
Gigeta tu resti un sogno, un ricordo
nascosto dagli anni.
Adesso che è tornato, pare così bello
che son contento di averlo
sempre con me.
Gian Berra


Grata al mur.
Ma varda qua che mur veci a Feltre.
Par squasi che i parla, co importaza.
Peta che ghe vae rente, che se pol tocarli?
Ghe vol coraio, che nissuni me varda?
Trae i oci in giro, ma mi sol son qua a perdar temp.
Tacà la gran porta, par squasi de domandarghe al permesso.
Che me vegna un castigo?
Che la sia na colpa?
Magari i me la fa pagar cara.
Me par de vedar vegnar fora
zente importante, siora...
I xera lori che comandea a Feltre.
I magnea sui puareti, sui gnoranti,
i gratea tuto, ogni ano
su par le montagne.
Ma i ghe assea la paura, al dovuo rispetto.
Lori i ghe fea far fioi, tanti. 
I ghe assea pregar, a credar che al Signor
li gavaria salvà tuti dal inferno,
dopo morti de miseria, de fadigha.
Ma sti siori i savea la verità, 
i bacan i xera solamente pievore
da varnar. Dopo mili ani de sto tormento,
sta zente veneta de anquoi, no la sa gnanca
cossa che i ghe a robà.
Gnanca la imagina che dess i gha la anema sugada.
Far i servi par paroni che i gha sempre reson,
xe come morir.
Popolo che se porta rente sta malatia,
Lori gnanca i sa cossa sia essar liberi
de gratar un mur, par vedar se al xe vero.
Cossita mi, co coraio,
ghe meto sora la man a sentir
ste malte sporche.
Dopo co le onge, fraco entro sta rovina,
grato duro e cavo via un poca de polver.
La 'gnen via suito, seca e marza.
Mur morti, che i te varda co importanza.
No ghe resta altro.
Bei si? Satu ti che la belezza se pol comprarla
a peso?
Ma mai a noialtri puareti mai i ne la gha
regalada. Gnanca un sciantin.
Noialtri gavemo,
par nascita la colpa
de no saver come
cavarse sta miseria de 
gnoranza. 
E de contentarse
de no poder tirar fora le onge,
e finalmente almanco gratar
co rabia, sti mur.
Gian Berra

Gratta il muro.
Ma guarda! che vecchi muri a Feltre.
Sembra quasi che parlano, che importanza!
Dai che ci vado vicino, che si possa toccarli?
Ci vuol coraggio. Che nessuno mi guarda?
Do uno sguardo in giro, ma ci sono solo io qua a perdere tempo.
Vicino la gran porta, sembra quasi di chiederle il permesso.
Che venga castigato?
Che sia una colpa?
Magari me la fanno pagare cara.
Mi immagino venir fuori
gente importante, nobile...
Erano loro che comandavano a Feltre.
mangiavano sui poveri, sugli ignoranti.
grattavano tutto, ogni anno
su per le montagne.
Ma lasciavano loro la paura, e il dovuto rispetto.
Solo lasciavano loro a far figli, tanti.
Li lasciavano pregare, a credere che il Signore
li avrebbe salvati tutti dall'inferno.
dopo morti di miseria, di fatica.
Ma questi nobili sapevano la verità,
i montanari erano solo pecore
da allevare. Dopo mille anni di tale tormento,
questa gente veneta di oggi, nemmeno sa
cosa le hanno rubato.
Non sanno che adesso hanno l'anima arida.
Fare i servi per padroni che hanno sempre ragione,
è come morire.
Povero popolo che si porta dietro questa malattia.
Nemmeno sanno cosa sia essere liberi
di grattare un muro, per vedere se è vero.
Così io, con coraggio
vi metto sopra la mano per sentire queste malte sporche.
Poi con le unghie, spingo dentro questa rovina,
gratto duro e levo via un poca di polvere.
Viene subito via, secca e marcia.
Non resta altro.
Belli sì? 
Ma sai che la bellezza la puoi comprare a peso?
Ma mai, a noi poveracci ne hanno regalata, 
nemmeno un pochina.
Noi abbiamo 
per nascita, la colpa
di non saper come levarci
questa miseria di ignoranza.
E di accontentaci
di non potere tirar fuori
le unghie,
e finalmente almeno grattare
con rabbia
questi muri.
Gian Berra



Feltre, Che fadigha caminar co sto calt. Ma eco un tesoro che al me ferma sot al sol. Pena sot le mura na porta cea la me ferma a darghe un ocio. Che fascino, che malizia! Tuta de fer co sto luchet pa no far vegnar entro i barbari de anquoi. Chissà ndove che la porta, i la gavarà verta scavando soto le case de sora par ndar in centro co pì comodo. Ma varda qual buso de sora par spiar chi passava rente. Tondo, ceo ma xera un buso par le aneme venete furbe: meio darghe un ocio prima de fidarse. Quei de Feltre xera zente bona, ma no mona.





Il palazzo ducale a venezia come moschea?
I creatori della ricchezza a Venezia erano i mercanti, come erano da sempre gli arabi e i persiani. Gente pratica e poco intellettuale ( per fortuna). Viaggiavano da secoli per la Persia e la Siria a commerciare. Si trovavano in armonia con l'Islam e ne furono stregati. Appena i tempi furono maturi, importarono il modello architettonico delle moschee di Samarcanda. Quelle erano città di fango, ma con una meraviglia che illuminava tutto. Nella civiltà araba non si ostenta la ricchezza o il lusso, che devono rimanere “privati” entro mura anonime, ma la moschea è la casa di Dio, e può essere al massimo della ricchezza espressa.
Così i mercanti veneziani importarono questa bellezza a loro uso, per dare un altro favoloso gadget a Venezia. I mercanti sono gente pratica, prendono ciò che serve e lo usano( avevano importato il simbolo del leone e la reliquia preziosa di san Marco e trafugato i degni simboli della gloria romana a Costantinopoli...). 
Diedero al loro più importante palazzo ducale l'immagine della moschea più bella, e ne furono fieri.
Ma a differenza della cultura araba, le ricchezze venivano esposte con orgoglio. Nei palazzi, nel vestire e nella vita di ogni giorno. Furono forse i primi a usare i simboli presi dal mondo per onorare sé stessi. Veri mercanti costruirono la propria immagine con maestria. Venezia lo dimostra anche oggi. Ma poi accolsero anche senza accorgersi, anche gli aspetti orientali di fiducia nella fortuna, e così il mercante divenne intellettuale.

Gian Berra
— presso Venezia Piazza San Marco.