mercoledì 27 novembre 2013

Segusino si è dimenticato di Toni Stai ( Antonio MIotto)? Un ricordo di una persona speciale. Gian Berra 2013-


Un sorriso di Toni Stai di Segusino, Antonio Miotto


Antonio Miotto, Toni Stai, di Segusino.
Gian Berra lo ricorda..., un eroe e artista di Segusino.


Novembre 2013, è già un anno che è morto Toni Stai ( Antonio Miotto) di Segusino.
Lo avevo saputo per caso e ho avuto tanta tristezza nel cuore. Perché nessuno lo aveva ricordato? Perché il silenzio era in internet e nei media?
Nulla, di questo artista eroe di Segusino trapelava. Nessuno in paese si ricordava di lui?
Che vergogna misteriosa si porta dentro un intero paese! Cosa  teneva lontano da Toni Stai, la riconoscenza di una anima come lui? Talvolta mi chiedo le ragioni che tengono legate le anime del mio popolo veneto. Da dove viene tale paura di guardarsi attorno e lasciare libere le emozioni, di viverle in armonia e riconoscenza con chi gli vive vicino?
Anima nobile, buona, creativa, altruista, sensibile fino alla sofferenza.
Toni Stai, perchè non ti dicono grazie?
Ricordo i primi anni '50, quando ero tornato a Segusino dopo una lunga malattia. Mio padre mi portò appena bambino nella nuova casa che lui aveva costruito con le sue mani al "Fontanon", in via Villa. Mi ci volle tempo ad ambientarmi e poco alla volta ripresi vita.
Ricordo un giorno che mia madre mi mandò a comprare dei biscotti alla bottega di Toni Stai appena la vicino, in Via Marconi ( la Villa). Toni aveva costruito un semplice locale ad un piano, sulla via, con una entrata e due piccole finestre. Allora la strada non era asfaltata e in giro c'era una aria di povertà, ma anche di grande umanità.
Passai la vecchia fontana all'angolo e fui già sulla Villa. Aprii la porta della bottega ed entrai nella sua povera intimità. Un po' di polvere in giro e sul bancone di formica scatole di lamiera piene di biscotti. Dietro un vetro le scatole grandi di tonno e sgombro da vendere a peso. Appese dietro il banco fasci di carta azzurra per incartare lo zucchero al dettaglio, poi una piccola scatola sul banco piena di sigari toscani. Vasi di vetro pieni di pasta, bottiglie su cassette di legno. Piene di bottigliette di gazzosa e aranciata. In alto su uno scaffale poche bottiglie di grappa e liquore prugna di Brotto. No, non c'era nessuno.
Ma ero curioso, vidi una luce nel retrobottega e mi avviai la dietro.
Rimasi quasi scioccato: Una unica lampadina era accesa in mezzo alla stanza buia, Toni Stai era intento a dipingere un grande quadro appoggiato al muro sopra un tavolo. Lui stava seduto e nemmeno mi guardava da quanto era rapito. Dava sottili pennellate ad una figurina di donna contadina immersa in un paesaggio di campagna. Il quadro mi rapì a tal punto che mi andò via la voce. Lui, Toni Stai sorrideva felice. Adesso mi aveva notato e disse qualcosa con gentilezza. Non ricordo le sue parole.
Poi venne fuori in bottega e con gesti lenti mi incartò un etto di biscotti Colussi. Nel frattempo era entrato un vecchio signore che chiedeva due sigari toscani. Toni Stai aprì la scatola e glieli fece scegliere....
Il ricordo finisce qua. Un lampo che mi è rimasto come una scoperta di meraviglia. Così conobbi la pittura e lei mi stregò.
Di quel periodo non ricordo molto altro. Negli anni 70 conobbi suo figlio Gian Pietro e ammirai i suoi quadri. Era di animo sensibile, troppo sensibile. Lui fantasticava come quegli artisti che ancora non avevano trovato una loro strada. Qualcosa lo bloccava. Ma aveva il cuore di suo padre e una gentilezza indifesa che non ho mai più ritrovato in nessuno.
Lo vidi ancora di sfuggita a una mostra a Villa dei Cedri a Valdobbiadene, ma poi più nulla. Non rividi più Toni Stai.
Ma nel 2008 una amica di famiglia aveva invitato me e mia moglie ad una cena, e lei portò anche Toni Stai. Lei le aveva regalato una copia del mio romanzo "Wasere" e lui aveva accettato di venire.
Quando ci incontrammo era come se non ci fossimo mai conosciuti. Troppo tempo ci divideva. Lui portava benissimo i suoi anni. Era già oltre gli 85 anni ( ma non sono sicuro). Dritto sulla schiena, ben vestito con cura. Sempre pettinato e con un sorriso eterno sul viso.
Non parlava, era un po' timido, riservato. Timoroso di esporsi.
Così mi misi a chiacchierare e parlare dei miei ricordi, di quello che facevo. Gli raccontavo le mie avventure e i miei sogni. Vedevo i suoi occhi illuminarsi. Mi disse sincero:
Sai, Gian Berra, non avevo un buon ricordo di te..
Come mai? Risposi.
Rispose con voce calma: Ho visto in giro che ti dai a fare mostre di quadri, fai corsi di pittura e mi dicevano che in realtà non valevi molto. La gente mi diceva queste cose. E io forse le ho accolte. Tu eri troppo strambo...Ma dopo che ho letto il libro, mi sono incuriosito...
Io rimasi un po' bloccato, e mi venne da dire: Toni, io sono così...
Così si aprirono le porte delle nostre anime. E specialmente lui, cominciò e mi raccontò la parte più segreta della sua vita. Caro Toni Stai, ti ringrazio di avermi donato un pezzo così importante della tua anima. Anche questa volta mi hai dato gran parte della tua forza!
E io la racconto quì la tua storia come un tesoro prezioso.
Ricordo vagamente che Toni, dopo aver chiuso la bottega sulla Villa. Teneva dei "buratti" dietro casa. Servivano per fare delle lavorazioni alla produzione degli occhiali. In tanti a Segusino seguivano il settore. Quando tornai a segusino nel 1969  questi erano spariti e sentii che Toni Stai aveva aperto una fabbrica di lampadari. Poi dicevano, ne aprì un'altra. Poi altre voci che dicevano che ne aveva aperto una terza vicino Crespano (?). Ma erano cose che allora per me non avevano importanza. Dicevano che aveva portato al paese di Segusino tantissime occasioni di lavoro. I suoi migliori operai a loro volta aprirono altre fabbriche e alcune di esse lavorano ancora oggi bene. Poi io me ne andai dal paese e non seppi più nulla. Vagamente sentii voci che dicevano che ad un certo punto vendette ogni cosa e si costruì una casetta a Col Lonc sopra Segusino. Voci, tante voci...
Lui mi raccontò quella sera:
Sai, Gian Berra, io sognavo ogni attimo di fare le cose che immaginavo. Disegnai i primi lampadari da solo, poi detti loro una forma e cominciai così come si crea un quadro. Coraggio e fantasia ed ecco come cominciai con una prima piccola fabbrica. Insegnavo agli operai come se fossero miei figli. Infiammai di entusiasmo anche loro. I migliori si misero per conto proprio ed io ero felice. Vedevo la mia gente finalmente esporsi e rischiare. E raccoglier i frutti. No serviva più scappare lontano da Segusino per mantenere una famiglia. Vedevo un paese che ritrovava un suo orgoglio...
Poi come accade a chi non si risparmia ebbi una crisi di stanchezza. Cominciai a sentire in me una tristezza profonda nell'anima. Cercai un aiuto, una parola che mi ridesse fiducia, ma non la trovai. Tiravo avanti ma l'interesse se ne andava. Avevo usato gran parte della mia forza.... da solo. E ora ero smarrito.
Il lavoro aumentava, l'impegno anche, ma a me cominciava a pesare. Non ho una mente fredda, io ascoltavo e mi davo tutto alla mia gente.
Cercai conforto e sicurezza,  forse per la prima volta in vita mia chiesi l'aiuto di una parola, di una collaborazione, di una compagnia. Nulla trovai, solo qualche sorriso distratto e, dietro le spalle l'invidia, le chiacchiere, le parole che distruggono.
Allora lasciai che le emozioni fossero libere. Quasi regalai una fabbrica, e vendetti per poco le altre. E mi ritirai nel silenzio.
Quanti anni sono passati  da allora, caro il mio Gian Berra!
Sai cosa faccio ora? Mi disse: Disegno gioielli, e anche ne costruisco. Mi danno gioia...
Così mi raccontava Toni Stai, e non parlò mai male di nessuno. Aveva accettato la tristezza con la saggezza disincantata di chi ha fatto meglio che poteva. Dalla sua casetta ogni giorno guardava giù nella valle il suo paese, ma forse immaginava una nebbia personale per farlo ancora più bello.
Mi raccontò, richiamate dai suoi ricordi, immagini di Segusino in tempo di guerra. Mi raccontò anche di mio nonno, che aveva conosciuto. Mi raccontò anche dei viaggi solitari che faceva in treno fino a Venezia per visitare i musei d'arte.
Sempre con un sorriso appena accennato.
Poi non lo vidi più.
Chissà quando qualcuno si ricorderà di lui a Segusino. Io lo porto nel cuore e gli dico grazie dei suoi regali.
Gian Berra 2013.


https://sites.google.com/site/segusinosite/

https://sites.google.com/site/pederobbasite/

https://sites.google.com/site/veniceworldart/

https://sites.google.com/site/gianberrasite/


la vecchia bottega di toni Stai a segusino



Ultima foto di Toni Stai

Il Fontanon a segusino











martedì 19 novembre 2013

Wiva Super Mario! Viva super Mario del Veneto! WSM!





Wiva Super Mario!
La bandiera di Super Mario di san Marco. Illusione per i veneti nostalgici.


Quando la nostalgia inganna:
Wiva Super Mario!  WSM!

Ancò xe un dì de sol, anca se xe la metà de novembre. Cussì che bel che al xe 'ndar a far na caminada sula strada che porta a Signoressa. I gha fato un bel marciapiè e son squasi siguro che no i me vien dosso. Ma anca se ghe vedo poco, sto atento che qualche mato no me mete su la soa mira. Pi avanti ghe xe na ostaria che i fa anca le pizze e cato Mario.
La xe na ostaria de quele bone dato che quande ghe domande un capuccino, no i me varda mal. Quele altre xe ostarie venete doc e no i fa capucini.
Che bela jornada! Ghe diso a Mario. Lu al fa un segno co la testa, ma nol pensa ale me parole. Al me mostra un manifesin de un incontro che se fa a Venessia. Sora ghe xe un leon gialo che al me varda furioso. Ti vientu, vero? Al me dise Mario, al par sta olta no pol acetar scuse. Mi lora taco a tirar par longo. Mario, ghe diso, ma cossa fio la a Venessia? 'Ndeo anca a magnar fora? Mario al se illumina e al me conta che se farà na gran cena vissin a Miran e anca entro na villa veneta ghe ghe xa comprà un beker de Mestre. Sto beker al xe na persona potente che gha schei e che dess al aiuta i veri veneti. Na olta al ziera un gran amigo de quei che i sa far politica par noialtri. Dess al gha imparà, dess semo noialtri che ghe sbusaremo al cul ala Italia. Dopo saremo libari, WSM! Mi scolto, (no posse dirghe su na recia Wiva Super Mario!). No posso perder un amigo. Fora al riva i carabinieri e i taca a vardar le machine. Mario al scampa fora come un fulmine e al va ala soa machina e la porta pi vanti,  davanti al parcheggio  de la farmacia. Dopo a torna e al varda i militi che fa multe. No se pol parcheggiar fora delles strisse. Mario al xe tuto sudà e al gha perso in poca del so entusiasmo. Ma i so oci i tra fora rabia e al me dise. Tu vedarà, si tu vedarà che quande che saremo in consilio, se fasemo sentir! Al Leon ne salva, ne fa star unidi, tuti par Venessia! WSM. Ma nol me varda pì. Xe rivadi i so amighi e al odina un giro de ombre e anca un piato de nervi co polpette frede e anca folpi lessadi. Tuti lori i gha catà sto attimo de festa che ghe fa le aneme un pocheto pì leggere. Mi intanto vardo fora, pena pì vanti al mur de la villa col parco. Che bei quei alberi, che colori, e me perdo su sta roba che nissuni vede.
Dopo vien entro un bacan inrabià: I gha rovinà al Leon! Xe 'ncora quei italioti! I gha rovinà al Leon!  Tuti scampa fora col bicier in man e i taca a bestemmar. Anca mi vado fora e vardo 'ndove che i varda lori. Sul mur de la villa ghe xe un manifesto col leon gialo, Pararia che i lo gha spotacià e strissà un poco. Ma gnente, i me oci i continua a vardar i alberi e i colori de stà natura. Anca al color del cielo. E torno drento a pagar e i sento tuti a urlar. WSM" Wiva Super Mario!
Dess son storno, e torno verso casa, ghe xe 'ncora do ore de sol. Ma nissuni se incorze de sta roba.
Gian Berra. 2013







lunedì 18 novembre 2013

Tettine belle sulla basilica di San marco a Venezia.


Tettine belle sulla basilica di san marco a Venezia


Dialetto veneto e lingua italiana.

Venezia come Las Vegas... nella fine del 1700

Tetine bele sora la basilica de san Marco.

Tenine bele. Tute drete che varda verso al cielo. Che bel! Le tetine xe la pi bela roba che ne fa tornar ala infanzia. Bele, dure, morbide come al veludo. Sgionfe de lat e de sicurezza. Che gusto, che amor, quà no ghe xe paura, no ghe xe angossia e gnanca se pol perderse. Quà podemo assar 'ndar i pensieri. Dopo se tachemo e ciucemo la vita e ne par de 'ver catà al nostro paradiso. Altro che trincar vin o cicar pipe. Quà no se scherza.
I lo gavea capio anca i veci e furbi venessiani mercanti che co al so compare gran patriarca. Lori i gavea capio 'sta roba sconta. Fin che i xera mercanti. Ma quande che i se trasformà in nobili e i se ga messo le mudande de curam, i gha trasformà Venessia su la Las Vegas de la Europa che tuti vegnia qua dò a magnar i schei col zugo, a ciavar, a far al carneval e a goderse de sto casin 'ndove tuti magnava e corrompeva de gusto. Intanto la xente normal del Veneto, ma anca de Venessia la vardava disperada ste tettine su la basilica del San Marco e no la saveva pì come liberarse de sta miseria nobile e da sto patriarca. Putana eva, dess noialtri anca quà in Italia stemo a spetar un Napoleon che ne libera dai nobili de Roma. Ma i xeo davvero solamente che a Roma?
Gian Berra

Taduzion in talian:

Tettine belle sopra la basilica di san Marco.

Tettine belle. Tutte dritte guardano verso il cielo. Che bello! Le tettine sono la più bella cosa che ci fa tornare all'infanzia. Belle, dure, morbide come il velluto. Gonfie di latte e sicurezza. Che gusto, che amore, qua non c'è la paura, non c'è angoscia e neamche ci si può perdere. Qua possiamo lasciare andar via i pensieri. Dopo ci attacchiamo a loro e succhiamo la vita e ci pare di aver trovato il nostro paradiso. Altro che trincar vino o fumare cicche. Qua non si scherza.
Lo avevano capito anche i vecchi e furbi mercanti veneziani, assieme al loro compare il patriarca. Loro avevano capito questa cosa misteriosa. Fin che erano rimasti mercanti.
Ma quando loro si sono trsformati in nobili, si sono messi le mutande di cuoio, e hanno trasformato Venezia nella Las Vegas dell'Europa, tanto che tutti venivano qua a mangiarsi i soldi col gioco, a chiavare, a far carnevale e a godersi questo casino dove tutti mangiavano, rubavano e corrompevano di gusto.
Intanto la gente normale del Veneto, ma anche di Venezia, guardava disperata queste tettine sopra la basilica di san Marco e non sapeva come liberarsi di questa miseria e da questo patriarca. Puttana eva, adesso anche noi, qua in Italia stiamo ad aspettare un Napoleone che ci liberi dai nobili di Roma. Ma sono solamente davvero solo a Roma?
Gian Berra